Abraham B. Yehoshua_Einaudi_Il signor Mani

Il signor Mani – Romanzo in cinque dialoghi

di

Il signor Mani – Romanzo in cinque dialoghi, Abraham B. Yehoshua
Einaudi, 1994, Traduzione di Gaio Sciloni, ISBN: 978-8806174248
מר מאני: רומן שיחות (Mar Mani. Roman sikhoth), Ed. Hakibbutz hameukhad, 1990

A dispetto del titolo, il signor Mani non è uno, ma sono tanti Mani che si succedono di padre in figlio per dieci generazioni. A ragion del titolo, c’è tuttavia un legame che li unisce e che, idealmente, ne fa un unico signor Mani. Un libro che è fin dall’inizio strano e confuso, tra le righe aleggia un che di misterioso, e il lettore resta sospeso nel dubbio di arrivare a capirci qualcosa.

L’atteggiamento giusto è percorrere il romanzo col vessillo della pazienza, non è possibile capire subito di cosa parli e non si è nemmeno sicuri di riuscire a scoprirlo, bisogna per forza arrivare fino all’ultima pagina, quasi fosse una sfida dell’autore, che si prodiga a suscitare curiosità centellinando le notizie chiave da carpire per unire il puzzle, creando così la spinta a una lettura paziente, da gustarsi nelle divagazioni in descrizioni di paesaggi geografici, esplorazioni sentimentali, prospettive storiche.

Come recita il sottotitolo: Romanzo in cinque dialoghi, il testo si struttura in cinque capitoli in forma di dialogo, la cui particolarità è di non riportare mai uno dei due interlocutori. In questo modo il lettore si trova ancora più coinvolto, un po’ affascinato da questo strano procedere narrativo, un po’ concentrato a indovinare la parte non riportata.

Il primo dialogo avviene negli anni ’80, in Israele. Hagar, studentessa a Tel Aviv, torna al suo kibbutz per raccontare alla madre dell’emozione e il turbamento provocati da una strana persona conosciuta a Gerusalemme, padre del ragazzo di cui è incinta, tale signor Mani, e di come questi abbia cercato ripetutamente di suicidarsi, di come lei lo abbia salvato e soprattutto di come sembrasse che «quella che lui sentiva come una ragione non veniva da dentro di lui ma da qualcun altro, da qualche altro posto…».

Hagar incarna per un momento il lettore dicendo di avere: «la sensazione di far parte di una storia più lunga, di cui per il momento non posso sapere nulla, perché è appena cominciata, ma se sarò paziente forse ne verrò a sapere qualcosa».

Questo il filo da seguire. Nei dialoghi seguenti, altri signor Mani manifestano una ingiustificata difficoltà a vivere, un dolore interno che però non gli appartiene, una peculiarità intima ma estranea, proveniente da altrove.

E infatti di dialogo in dialogo, dagli anni ’80 del Novecento si riavvolge il nastro del tempo fino a un lontano Settecento, con salti all’indietro di una o due generazioni per volta. A poco a poco si comincia a capire la relazione tra i vari Mani e a farsi un’idea dell’albero genealogico, che si chiarisce faticosamente. Ma perché in tutti i Mani c’è qualcosa di torbido e di ineluttabile?

Yehoshua ci trascina in una grande costellazione familiare, ogni dialogo ne rappresenta un tratto fino a scoprire dove e quando si è annidato il seme della tragica eredità familiare che si perpetua di Mani in Mani, in un finale, tanto anelato e a tratti irraggiungibile, finalmente sconvolgente.

Ogni dialogo si svolge in un particolare periodo che viene sempre in qualche modo descritto tramite riferimenti e accenni storici, guerre, luoghi o avvenimenti significativi, riguardanti in particolare il mondo ebraico all’interno del più vasto mondo, mostrando come i fili delle generazioni e dei popoli si sono intessuti tra loro, come il destino di ebrei laici o religiosi si è confuso con gli altri popoli laici o religiosi, di come nel tempo i rapporti interculturali siano stati buoni, meno buoni o pessimi. Tutto questo seguendo a ritroso le vicende di una sola famiglia, i Mani, e del loro trasmettersi, a volte senza mai essersi nemmeno incontrati, il seme della stirpe e del destino.

L’antico mito delle colpe dei padri che ricadono sui figli. Il grande tema della discendenza, della memoria e dell’identità. Un invito a cercare le origini, a non dimenticare il passato, per vivere il proprio tempo governando la fatalità. Un libro pieno; traboccante di storie e di storia attraverso molteplici e stravaganti espedienti narrativi.

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Dora Vedova

Dora Vedova

Cresce in un paesino delle colline venete noto per i suoi abitanti estrosi. Si sposta a Venezia e a Parigi per gli studi universitari di lettere e filosofia. Poi, sempre più lontano, alla volta del Medioriente. A Tel Aviv impara l’ebraico e a Gerico lavora con i Beduini laggiù nel deserto del Mar Morto. Subisce repentinamente un’inversione di rotta e si trova ora a vivere a Bologna dove gira in bicicletta. Appassionata di lettura, letteratura, animali e bestiole di ogni sorta, e poi certo di cinema, arte, musica. È ghiotta di pasticcini… e di polenta, naturalmente.
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