La vendetta del diavolo

di

La vendetta del diavolo, Joe Hill 
Sperling & Kupfer, marzo 2012, traduzione di C. Cappi, ISBN: 978-8820051471

Seconda tappa per questa maratona horror estiva. (Per chi se la fosse persa, trovate qui la prima tappa, si parlava di Loney). Mentre scrivo, sono ormai alla fine anche del terzo libro, che recensirò il mese prossimo, oltre a una full immersion di racconti e film: comincio a sospettare di dovermi ricaricare con dosi ingenti di gattini e coniglietti per tutto il mese di ottobre. Fortunatamente le ferie aiutano per le notti insonni.

L’autore di questo libro è diventato negli ultimi anni uno dei miei preferiti per il genere. Joe Hill, all’anagrafe Joseph Hill King, scrive racconti, romanzi e sceneggia fumetti – come l’acclamato Locke & Key, edito in Italia da Magic Press – di ispirazione lovecraftiana. Sicuramente influenzato dal padre (sì, proprio quel King) nello stile e nella scelta delle tematiche, tanto da arrivare ad intrecciare il suo personale universo con quello ormai iconico della saga La torre nera in NOS4A2 (che fra l’altro riprende l’idea della macchina assassina di Christine), Hill riesce comunque ad imprimere ai suoi racconti una nota che è puramente individuale, che merita riconoscimento al di là dell’ombra lunga gettata dal Re.

È questo il caso di La vendetta del diavolo, adattamento un po’ infelice dell’inglese Horns, “corna”: forse il più originale fra i suoi libri, vanta anche un adattamento cinematografico del 2013 con protagonista Daniel Radcliffe. Nella premessa, il protagonista, Ignatius “Ig” Perrish, si sveglia dopo una notte di eccessi alcolici con corna mefistofeliche che gli spuntano dalla fronte. A questa inspiegabile, kafkiana trasformazione si aggiungono poteri che obbligano chiunque venga in contatto con Ig a confessare i propri più infimi desideri, una vera e propria emersione dell’inconscio.

L’uso ironico e grottesco della figura di Satana, il Tentatore, incarnato dal povero Ig, personaggio sfortunato quanto mediocre, provoca un tipo di orrore che poco ha a che fare con lo svolgersi del resto della vicenda, improntata a una più classica risoluzione di un mistero e allo scontro finale con l’antagonista della situazione. La pletora di personaggi, tutti diversi e sfaccettati, che viene a contatto con il protagonista ha in comune una sola cosa: sono “normali”, persone che si incontrano nella vita di tutti i giorni. Non esiste, in La vendetta del diavolo, il Male; solo male quotidiano fatto di meschinità, piccole cattiverie, desideri inconfessabili e violenza che anche nel peggiore dei casi rimane, di fatto, umana.

Non si tratta di un concetto, quello della banalità del male, nuovo alla letteratura, ma Hill gioca bene con le aspettative e gli stereotipi del genere, sorprendendo sempre il lettore con uno scarto leggero, scegliendo l’estraniamento come veicolo principale del terrore.

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Giulia Marich

Giulia Marich

Si occupa di redazione, editing e, negli ultimi anni, anche di traduzione dall’inglese. I suoi interessi si sono rivolti prevalentemente alla letteratura per l’infanzia e a quella fantastica, malgrado tutti gli sforzi compiuti dall’Università per farle cambiare idea. Attualmente collabora con Giunti, e vive sulla linea ferroviaria fra Bologna, Ferrara e Padova. Sta pensando di chiedere la residenza alle ferrovie dello Stato.
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