La fiaba definitiva, Fabio Visintin
ComicOut, 2016, ISBN 978-8897926382

Il 25 dicembre è uno dei giorni più attesi dell’anno per tanti bambini e tanti adulti. A differenza di altre feste cattoliche, la popolarità del Natale ha oltrepassato i confini religiosi ed è ormai da diversi decenni una festa in cui si identifica la cultura occidentale tout-court. Il focus del Natale, infatti, per gran parte dell’industria culturale è una estensiva celebrazione dei buoni sentimenti, della riconciliazione, dell’armonia familiare e soprattutto dei doni sotto l’albero che, come Gesù, arrivano dal cielo la notte di Natale, ma in più hanno il fascino della sorpresa.

Effettivamente i regali sono belli, ma mettiamola così: il Natale può anche non piacere a tutti, come festa. Per una minoranza di popolazione che non riesce a lasciarsi conquistare dallo spirito natalizio, è una festa fastidiosa, opprimente, ansiogena: tanto per cominciare, l’ostentazione dei buoni sentimenti è di cattivo gusto e offende chi, pur provandoli, non è capace di esprimerli o non ne sente il bisogno; e poi troppe lucine, troppe campanelle, troppi colori caldi, troppe musichette brutte e tutta quella voglia di mangiare pesante (che va bene fino a un certo punto) e di giocare a carte (incomprensibile). Il Natale non è un periodo semplice da affrontare, per le persone sensibili.

Si pensa che ad essere critici nei confronti del Natale siano solo uno sparuto gruppo di atei e anticlericali, anarchici e anticapitalisti, antagonisti, alternativi e nichilisti. Queste persone, però, a ben vedere hanno da ridire più sull’apparato ideologico ed economico che c’è dietro al Natale, che sul Natale in sé. Invece tante altre persone, che rientrano in un’ampia minoranza silenziosa, semplicemente pensano che, tutto sommato, il Natale sia solo una festa, e non riescono a capacitarsi di tanta eccitazione.

Ecco, fino ad oggi tutte queste persone sono sempre state ignorate dall’industria culturale, che al massimo strizza l’occhio ai guastafeste e ha spesso usato personaggi controversi per fare proselitismo. Ogni Scrooge ha i suoi fantasmi, ogni Grinch ha la sua bambina buona, ogni bambino che ha perso l’aereo ha i suoi ladri maldestri e ogni Jack ha il suo Babbo Nachele, ma ora le cose sono cambiate con La fiaba definitiva di Fabio Visintin: non c’è redenzione per nessuno, in questo libro; perché non serve.

La fiaba definitiva è un sospiro di sollievo tra il pandoro e il panettone. È il minuto di silenzio dopo aver scartato i regali. È una passeggiata serena lontano dalla famiglia. È un piccolo passo verso gennaio. È pensato per rendere felici tutti i cuori di tenebra che lo riceveranno, perché, per chi non ama il Natale, è il regalo di Natale definitivo.

Il libro ha una serie di pregi innegabili: innanzitutto l’arte di Visintin, che ha architettato un’opera al confine tra il fumetto e l’albo illustrato, di una disarmante semplicità e proprio per questo irresistibile. Il colore predominante delle tavole è un tenue blu-grigio crepuscolare, il tratto è molto fumettistico, il registro è a prova di bambino e il contrasto tra testo e illustrazioni crea la vera magia del Natale. La fiaba definitiva è poi una storia dal taglio dissacrante in cui lo spirito natalizio, i buoni sentimenti e tutto il resto mostrano il loro lato oscuro. Ogni pagina del libro è intinta di sano umorismo nero che ci aiuta a sdrammatizzare le feste.

Infine, il protagonista della storia è un gattino. Si può discutere sul Natale, ma non sui gattini.

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